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Perché state a guardare il cielo? |
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Scritto da Administrator
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Domenica 20 Maggio 2012 07:45 |
“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?”
E’ con questa frase di Luca, nella prima lettura, che sono scossi gli apostoli, rimasti a contemplare il cielo dove Gesù è salito dopo averli istruiti. Marco invece, presenta gli apostoli, mentre subito si mettono ad annunciare il Vangelo dappertutto e“…mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano”.
Che cosa significa per noi oggi “non rimanere a guardare il cielo”?
Difficile dirlo proprio oggi. Siamo troppo scossi: un sabato qualunque: si uccide! Un dolore così assurdo e insensato. Adolescenti innocenti.
Gli adolescenti sono esseri fragili in evoluzione. Un'evoluzione che li spaventa, perchè il risultato non è scontato, perché costa fatica crescere, essere, vivere quando si è adolescenti. Costa fatica crescere quando la società non sa dare buoni esempi. Chi lo ha detto che l'adolescenza è il periodo più bello di tutta la vita? Lo avrà detto un adulto nostalgico del tempo andato.
Ora più che mai, l’Ascensione è la metafora di un elevarsi al di sopra del male.
La nostra "ascensione" è vedere, giudicare, agire con concretezza nella vita quotidiana. Uscire dai nostri rassicuranti schemi mentali, dalle nostre incrostazioni culturali e piene di luoghi comuni che ci corazzano di fronte a situazioni che ci obbligano a rivedere le nostre modalità di vita.
Preghiamo, oggi, per Melissa, una rosa recisa nel fiore dei suoi anni. La misericordia di Dio l’accolga tra le schiere degli angeli innocenti.
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L’inizio di un nuovo cammino |
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Scritto da Administrator
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Giovedì 10 Maggio 2012 08:15 |
Domenica 13 maggio, la nostra comunità accoglierà 34 bambini che riceveranno per la prima volta il corpo di Gesù.
Prima di morire sulla croce e risorgere nel giorno di Pasqua, Gesù ha detto ai suoi discepoli: “Prendete e mangiate: questo è il mio corpo. Prendete e bevete: questo è il mio sangue”.
I bambini della prima comunione dovrebbero ricordare per sempre queste parole. Don Giampiero le ripeterà anche nella Messa di prima comunione; le ripeterà in nome di Gesù: anzi come se lui fosse in quel momento Gesù. Allora Gesù entrerà in quel pane e quello non sarà più pane ma veramente, realmente, sostanzialmente il Corpo di Cristo. Gesù scenderà davvero in quelle poche gocce di vino e quel vino diventerà veramente, realmente, sostanzialmente il Sangue del Signore sparso per molti in remissione dei peccati.
Cos’è la Comunione? E’ dunque l’incontro con Gesù nel pane e nel vino, ed è quel sacramento che dovrebbe rivoluzionare la nostra vita, la nostra settimana, le nostre giornate; quel sacramento che ci rende cristiani nuovi e che ci permette di entrare in chiesa per amare Dio e uscire per amare gli uomini. Non è facile farlo comprendere ai piccoli, ma è ancora più difficile da comprendere per noi adulti.
La celebrazione della Prima Comunione offre a tutti l’occasione per riflettere su uno dei pilastri della nostra vita cristiana e comunitaria: "Nessuna Domenica senza la Messa".
Domenica e Messa: ecco le due parole chiave di tutta la
catechesi di preparazione alla Celebrazione Eucaristica.
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Scritto da Betti
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Sabato 05 Maggio 2012 18:23 |
Sant’Efisio è tornato a Stampace. «Il voto è sciolto», ha annunciato al sindaco e ai tantissimi fedeli che hanno gremito ieri notte la chiesa di Sant’Efisio, il presidente del Gonfalone.
Ho potuto seguire da vicino la grande festa del Santo per eccellenza, il “Protettori poderosu” dell’Isola. E’ una festa che mi piace moltissimo, siamo cresciuti aspettando “il Santo”, le nostre nonne ne alimentavano le aspettative. Attraverso la festa siamo immersi totalmente nella tradizione e nella cultura sarda, e succede che tutto questo ti entra sotto la pelle, si insinua lentamente in ogni recondito angolo della tua anima, ti prende e avviluppa il cuore. La sagra diventa allora il simbolo di una terra e di una appartenenza. Riesco a commuovermi, ma non riesco a considerarla un’espressione di fede.
Ho parlato con adulti, bambini e ragazzi, fermi sotto il sole ad aspettare il passaggio del cocchio. Sant’Efisio è il nostro intercessore e nessun altro santo potrebbe sostituirlo.
Mentre osservavo e ascoltavo la gente, mi è tornato alla mente un curioso libro che ho letto diversi anni fa, in cui l’autore faceva un simpatico elenco dei santi definiti "intercessori", perché non dovesse accadere di rivolgersi al santo sbagliato quando si ha bisogno di una determinata "grazia".
Credo che si sia perso il significato della parola “intercessore”. Il ruolo dei santi non è quello di aiutarci a raggiungere la salvezza eterna, ma piuttosto quello di risolvere i nostri piccoli o grandi problemi terreni. Dai discorsi e dai commenti si capiva bene che quello che ci ossessiona non è certo la beatitudine eterna, quanto la sopravvivenza terrena: vogliamo che i santi si occupino sempre meno della nostra futura accoglienza celeste, per dedicarsi un po' di più al nostro benessere terreno.
Quello che non dovremmo mai dimenticare è il ruolo di Cristo, unico mediatore tra l'umanità e Dio.
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Scritto da Administrator
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Martedì 01 Maggio 2012 08:11 |
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Dalla Presentazione del libro "Chiese antiche e moderne lungo la via di Sant'Efisio" dell'indimenticato Roberto Coroneo.
In Sardegna la peste del ‘600 rappresentò l’ultimo atto di una catena di eventi negativi, primo fra tutti la terribile invasione delle cavallette che si protrasse per alcuni anni a partire dal 1647, falciando tutti i raccolti.
Da una indagine effettuata nei registri parrocchiali dell’Archivio Storico Diocesano di Cagliari risulta che la peste arrivò da Barcellona, nell’aprile del 1652, ad Alghero e da qui passò a Sassari, quindi a Oristano.
Nell’agosto del 1652, grazie ai cordoni sanitari istituiti, la diffusione del morbo venne frenata e agli inizi del 53 si ebbe l’impressione di averla bloccata, visto il calo del numero dei morti registrati.
La curva riprende a salire nel 54 nei paesini del Campidano, per poi estendersi, fino al 57 inoltrato, in tutta la Sardegna meridionale.
L’avvisaglia della seconda ondata di peste venne da Villasor dove, agli inizi del 55, la Giunta centrale di Sanità si mise di nuovo in stato di allarme. Cagliari venne investita a fine febbraio 56, ma l’apice della mortalità venne raggiunta tra aprileegiugno con più di 200morti al giorno.
In questo drammatico scenario, a distanza di tredici secoli dalla sua morte, si inserisce l’invocazione dei Cagliaritani a S. Efisio, già venerato in quanto soldato romano morto martire nel terzo secolo, ma che dopo la peste diviene il Santo per eccellenza, in terra sarda.
Il ruolo dei Santi all’interno della dottrina cristiana non è quello di essere i destinatari definitivi e compiuti della venerazione dei fedeli; essi sono indicati piuttosto come dei mediatori, dei fondamentali agenti di legatura tra i fedeli e Dio, al quale i santi stessi dedicarono l’intera esistenza,
in nome di quella Fede di cui, anche al presente, continuano a restare testimoni, più che mandatari. Il culto dei Santi (e non la Fede, si badi bene) occupa così uno spazio semantico ben più ampio delle statue che ne rappresentano le fattezze ed è per questo che da oltre tre secoli, si rinnova la memoria con la medesima diffusa aspettativa, espressione di un sentire collettivo fortemente legato al retroterra non solo religioso, ma anche culturale.
Il simulacro del santo martire ripete il suo pellegrinaggio conservando perfettamente la sua capacità evocativa verso migliaia di persone, pronte ad accorrere per accompagnarne il cammino e rendergli omaggio.
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Scritto da Betti
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Domenica 29 Aprile 2012 20:28 |
E’ con grande gioia che oggi abbiamo accolto nella nostra comunità Mons. Tiddia, come Pastore che, amministrando il sacramento della Cresima ai nostri ragazzi, li ha abilitati e impegnati ad essere testimoni di Cristo con la vita. La Cresima non è certo un punto di arrivo e il giorno dell’addio alla parrocchia, ma un passaggio per un inserimento più attivo e consapevole.
Gesù si presenta come l’unico vero pastore. “Il Buon Pastore” è il pastore autentico, quello che pastore non lo è solo in apparenza, superficialmente, ma realizza in modo perfetto quello che un pastore dovrebbe essere. Il buon pastore si interessa della vita delle pecore tanto da mettere la vita delle pecore prima del suo interesse, e addirittura – incredibile a dirsi – prima anche della sua vita.
Il buon pastore dona la vita per le pecore
Questo non succede spesso; normalmente i pastori, anche se vogliono bene alle pecore, non sono molto disposti a «dare la vita per le pecore», sono convinti che valga più la loro vita che non quella delle pecore. Allora vuole dire che qui siamo davanti a qualche cosa di unico e di caratteristico, che corrisponde proprio alla persona e all’esperienza di Gesù. Tanto che quella espressione iniziale «Io sono il buon pastore», si potrebbe, anzi si dovrebbe tradurre: “Il buon pastore sono Io”.
Dunque, Gesù si presenta come l’unico vero pastore, e non perché è più intelligente o più forte o cose di questo genere, ma perché è l’unico che «ha dato la vita per – a favore – delle pecore».
La vita che Gesù possedeva l’ha trasformata in dono.
Il vescovo che ha amministrato la Cresima ci ha trasmesso il dono dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è lo Spirito di Cristo. Lo Spirito di Cristo è la vita di Cristo.
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