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Titolare del Trattamento dei Dati
 
Don Stefano Macis
 
 
 
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Definizioni e riferimenti legali
 
Ultima modifica: 18 Ottobre 2020
 
 
 
 

Messe

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

27 novembre, 1° domenica di avvento: Vegliate, il Signore è vicino!

L’anno B del ciclo triennale delle letture è l’anno di Marco. Eppure non si comincia dal paragrafo iniziale del suo Vangelo, che sarà oggetto di lettura nella settimana prossima: si parte dal punto in cui terminerà la penultima settimana dell’anno, con l’annuncio del ritorno di Cristo: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria”.
A prima vista, ciò può sembrare strano ed illogico. Invece, nella liturgia, c’è un’estrema sottigliezza nell’effettuare il cambiamento di tono: la nostra attenzione, che nelle ultime settimane era centrata sul giudizio e sulla fine del mondo, si sposta ora sul modo di accogliere Cristo: non con paura, ma con impazienza, proprio come un servo che attende il ritorno del padrone.

Il Parroco

 

  Don Stefano Macis

 

 

ordinato il 18/11/2000 - Cagliari (San Giacomo)


Piazza Repubblica 18 - 09018 - SARROCH
 

Parroco presso parrocchia S. VITTORIA VERGINE MARTIRE in SARROCH

 

Nato a Cagliari il 23/09/70

 

Tel.: 070900027

 

Indirizzo di posta elettronica: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Titolo di studio: Licenza in Teologia

 

dal 01/11/2019 ad oggi

 

Parroco presso parrocchia S. VITTORIA VERGINE MARTIRE in SARROCH

 

dal 11/11/2012 al 31/10/2019

Parroco presso parrocchia S. PIETRO in VILLA SAN PIETRO

 

dal 01/09/2006 al 11/11/2012

Parroco presso parrocchia S. MICHELE ARCANGELO in VILLASALTO

 

dal 17/08/2002 al 31/08/2006

Parroco presso parrocchia S. BASILIO MAGNO in SERRI

 

dal 18/11/2000 al 16/08/2002

 

Vicario presso parrocchia SS. CROCIFISSO in CAGLIARI

 

Parroci di Sarroch dal 1900 ad oggi

Ricordi di Vittoria

Ricordi di Nina

 

Le ultime parole di Gesù sulla croce: TUTTO È COMPIUTO

altIl compimento di una vita
Il termine di una vita ci riempie di tristezza. Una vita è terminata, compiuta è la sua missione: era anche il sentimento della nostra Elena che, ottantenne, s’era recata all’Ospedale Flin pronta, lei diceva a terminare pure la sua vita. A noi non ci rimane che il ricordo riconoscente, la sua eredità, la traccia dell’amore o dell’amicizia che a questa persona ci legava. Allontanandoci però dal cerchio di famigliari ed amici che la circondava, il significato di questa vita sfuma e si perde, per molti non rimane che un nome, dopo un po’ neanche più di quello.
Oggi però per i cristiani è un giorno del tutto speciale, perché proprio un venerdì, in questa stessa ora, tanto tempo fa, anche il Signore Gesù stava morendo con terribili sofferenze, inchiodato su una croce.
Anche per il non credente non si tratta di una vita come le altre che termina. Non c’è nessun altro personaggio come Gesù di Nazareth che abbia influenzato così profondamente il mondo intero, e non solo quegli uomini e quelle donne che in ogni tempo e paese a Lui si sono affidati.
Il vangelo secondo Giovanni ci riporta le ultime parole di Gesù, prima di morire. "...quando Gesù ebbe preso l’aceto, disse: ‘È compiuto’, e chinato il capo, rese lo spirito" (Gv. 19:30).
"È compiuto": su queste parole vorrei io oggi vorrei soffermarmi con voi che siete oggi qui presenti in questa circostanza, perché ciò che Cristo ha compiuto ha valore universale ed è particolarmente rilevante per ogni essere umano che sente tutto il peso della sua condizione esistenziale.
 
La fine di belle speranze?
Le ultime parole del Signore Gesù prima di morire inchiodato su una croce dopo terribili sofferenze, in quel venerdì che noi chiamiamo "santo", ma che altri chiamerebbero un "maledetto venerdì", ci sono riportate dal vangelo secondo Giovanni.
Gesù disse qualcosa che potremmo semplicemente tradurre "E’ finita!".
Sembra persino qualcosa di patetico e banale, come la parola "fine" al termine di un film, ma nel frattempo ci appare un grido molto umano di debolezza e di sconfitta.
 
Che cosa era finita?
altEra finita la sofferenza, il dolore, la derisione dei suoi aguzzini ed avversari che avevano vinto. Una tela di misericordia sarebbe presto calata sulla scena. Non ci sarebbero più stati fardelli da portare, dolori da patire, tormenti da sopportare. Le forze del male avrebbero presto compiuto la loro maggior prodezza, e nulla di più sarebbe stato loro possibile. E’ finita.
Si, e più che una vita sembrava finita. Erano finiti i sogni e le speranze che un tempo avevano affascinato le masse. Sarebbe cessata la voce del Maestro che un tempo risuonava di forza e d’autorità. Sarebbe finita quella folle carriera che solo pochi giorni prima aveva eccitato gli evviva di centinaia di cuori. Finito sarebbe stato quel regno che Egli aveva proclamato con tanta certezza.
A quale altra conclusione potresti giungere quando un uomo che un tempo proclamava di essere re ora era appeso là come un pipistrello inchiodato alla porta di un fienile?
Almeno aveva la presenza di spirito da vederlo da solo, il coraggio di ammettere prima di morire che le sue illusioni s’erano infrante. E’ finita.
Sarebbe stato perfettamente possibile, in conformità a queste due parole concludere che questo era il modo in cui il nostro Signore avrebbe lasciato questa vita, accettando con gioia la fine quando sarebbe venuta, come un misericordioso sollievo, chinando umilmente il capo per tirare l’ultimo respiro. Se tu avessi desiderato che potesse finire altrimenti, che avresti allora potuto dire? Anche per Cristo il mondo s’era rivelato troppo duro, troppo violento, troppo spietato, del tutto insanabile.
La fine di un’altra vana illusione?
 
Non è proprio così...
altSe però guardate meglio oltre a queste due parole, vedrete che non era proprio così come vi ho descritto fin ora. Nelle ultime parole di Gesù abbiamo proiettato troppo i nostri pregiudizi, le nostre frustrazioni, i nostri fallimenti, e questo ci ha fatto vedere nella morte di Gesù quel che noi abbiamo voluto vedervi ed udirvi, non quello che veramente era avvenuto.
Se ne leggiamo i resoconti con maggiore attenzione, vediamo che solo Giovanni ci riporta quel che noi abbiamo tradotto con "E’ finita". Gli altri tre evangelisti mettono invece in evidenza come, prima di morire, Gesù avesse gridato "a gran voce".
Questa "gran voce" è esattamente la frase che è usata in greco per indicare un grido di vittoria, un grido trionfante, come avrebbe potuto uscire dalla gola di un corridore primo al traguardo, il grido che avrebbe potuto uscire da un lottatore esausto ma felice che vince un duro combattimento.
E’ Giovanni che pare comprendere quelle parole, parole che agli altri erano sembrate solo come un grido di vittoria.
Se mettiamo così questi due racconti insieme, diventa chiaro che le parole di Gesù non fossero un debole sussurro come ultimo triste addio alla vita, ma parole gridate con trionfo come il vincitore che taglia il traguardo.
C’è però di più, c’è la parola stessa che era uscita dalle sue labbra, parola che andrebbe tradotta non con "E’ finita!", ma con "E’ compiuto" perché in greco si tratta di una sola chiara parola: Tetelestai! Finito! Compiuto! Realizzato!
Non si trattava della debole ammissione che, grazie a Dio, finalmente tutto era finito, ma dell’affermazione trionfante che l’opera che Egli era stato mandato a compiere era stata così compiuta, portata a termine, realizzata. La missione che Gli era stata assegnata era stata compiuta. Nonostante incredibili difficoltà, nonostante barriere apparentemente insormontabili, Egli l’aveva fatta! Che ora dicano quel che vogliono, facciano ciò che vogliono. Essi non possono più né danneggiare né distruggere ciò che Egli ha compiuto.
Il verbo che Gesù aveva scelto non era casuale, ma indicava un preciso proposito, ed il verbo che aveva usato indicava il compimento di quel proposito. E’ compiuto. La nave era stata portata al porto con le bandiere ancora al vento, malconcia, ma sicuramente, nonostante la resistenza degli avversari.
Nella composizione di Bach, "La Passione secondo S. Giovanni", il compositore fa cantare al tenore proprio questo "E’ compiuto". Inizia con un tono basso, quasi come un singhiozzo, potete udire in esse quasi le afflizioni dell’umanità. Bach però era un teologo, un cristiano troppo acuto per farla finire così. Immediatamente così le trombe suonano, e il solista continua: "Il Leone di Giuda ha trionfato!". Questo è l’unico modo in cui possono essere comprese queste parole. Anche quando risuonano i singhiozzi, le trombe della vittoria prevalgono su d’essi. Il Leone di Giuda ha trionfato. E’ compiuto.
 
Il compimento di che?
altOra però, che cosa esattamente era stato compiuto?
La nostra domanda iniziale è ancora valida, anche se sappiamo in che modo Gesù aveva pronunciato queste parole. Che cosa aveva finito? Certo la Sua vita, ma che cosa aveva compiuto, che cosa aveva completato col termine della Sua vita? Qual era stato l’obiettivo, il risultato che aveva ispirato al nostro Signore mentre moriva, questo senso di vittoria, trasformando persino la Sua morte in un trionfo?
Vi sono molte certo molti modi per rispondere a questa domanda come vi sono molte risposte che vanno al di là delle limitate capacità della nostra mente di intendere e di comprendere. Nessuno però che abbia studiato la vita del nostro Signore gli può sfuggire che si trattasse di un uomo con una missione da compiere. Anche all’età di dodici anni Egli era cosciente di doversi occupare delle cose del Padre Suo. E poi negli anni più maturi del Suo ministero, "le cose di Suo Padre" sarebbero state il motivo d’ogni Sua parola ed azione.
Erano "le cose di Suo Padre" che l’avevano portato attraverso la Galilea a predicare il Regno di Dio e la Sua giustizia. Erano "le cose di Suo Padre" che l’avevano fatto salire al Calvario con quella pesante croce. Erano "le cose di Suo Padre" che l’avevano inchiodato a quella croce. Ed ora erano "le cose di Suo Padre" che Egli aveva completato con il grido vittorioso: "E’ compiuto!".
E quali erano "le cose di Suo Padre"? Si potrebbe dire che che sia nella Sua vita che nella Sua morte l’opera di salvezza che Gesù compiva era di riportare uomini e donne a Dio. E’ vero, ma dire così ancora non esprime la verità più profonda sul nostro Signore. Ancora più profondo era il fatto che la Sua missione era di riportare Dio all’uomo.
Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di un’espressione un poco estrema, visto che Dio non ci avrebbe mai abbandonato? E’ vero, ma quello che era successo tutto attraverso la Sua vita, e che era culminato con la Sua morte in croce, non è tanto che il Signore ci abbia ricondotto dal deserto della nostra vita al vecchio e famigliare luogo dove Dio da tempo ci aspettava. In Gesù Cristo Dio stesso viene nel deserto della nostra vita, per vivere proprio qui e per morire proprio qui. Il peccato c’impediva di trovarlo? Bene, Egli stesso sarebbe venuto proprio nel mezzo del nostro peccato pagandone le conseguenze. Se fosse stato il nostro orgoglio ad impedirci di trovarLo, bene, Egli stesso sarebbe venuto nel mezzo del nostro orgoglio per subirne la pena. E questo grido segna l’ultimo punto possibile che Egli poteva raggiungere in un’impresa così pericolosa. Perché neanche l’amore piò spingersi più in là che morire.
Ho detto che si trattava di un’impresa pericolosa. Venire con il peccatore ed essere ciononostante libero dal peccato, stare con chi dubita, e non cedere minimamente al dubbio, stare con chi odia e non cadere mai vittima del controllo dell’odio su di sé- questo sembra un compito difficile, se non impossibile. Quello però era il compito che Egli aveva realizzato. Nei termini della personalità umana, Egli aveva disegnato le sembianze di Dio per l’uomo senza mai un solo tratto indistinto e confuso, senza distorcere la figura.
 
Dio è venuto fra noi
altChiunque può parlare di Dio nella quiete di una chiesa o nella calma di uno studio, speculare sulla Sua natura, teorizzare sul Suo carattere. Gesù però aveva vissuto la vita di Dio nella calura e nello sporco, nel sangue e nelle lacrime della nostra situazione umana senza un solo tradimento della Sua missione, senza mai fallire nel Suo compito. Una sola parola di dubbio, una sola risposta piena d’odio, un solo segno di debolezza, una sola resa a qualche obiettìvo minore, e Lui sarebbe stato un fallito che al cuore e alla mente umana presentava una falsa divinità.
Questo però non era successo, neanche nel mezzo del dolore e dell’agonia di quelle ultime tre ore. E’ compiuto! In Gesù Cristo Dio ci ha trovato. In Gesù Cristo abbiamo trovato Dio. Che importa che Gli sia costata la vita? Ne era valsa la pena di presentare ai suoi fratelli un disegno finito, con linee che non avrebbero potuto equivocare, della mente e del cuore di Dio.
Nel comprendere il significato della croce dovremmo tenere tutto questo nella massima considerazione. Troppo spesso, contemplando la croce, cadiamo nel sentimentalismo, versiamo pie lacrime per quel povero Cristo e per quello che ha sofferto lassù. Il Calvario però non è il muro del pianto. Dovremmo risparmiare le lacrime per noi stessi. Il Calvario era il più terrificante campo di battaglia della storia. Le potenze dell’inferno, della morte e del peccato avevano scatenato contro di Lui l’intero arsenale delle loro armi, quelle stesse armi che sconfiggono noi continuamente. Esse però non potevano sconfiggere Lui. Non potevano catturare Lui come catturano noi. Da solo resiste contro d’esse e le sconfigge completamente. Guardate alla croce, asciugate le vostre lacrime, cantate inni di lode e di vittoria al Signore. Il Signore è uscito vittorioso da quella croce! E’ compiuto!
Vorrei dire ancora una cosa. Nel senso più profondo del termine, è compiuto, in un altro senso, forse meno importante, ancora non è compiuto! E’ per questo che ancora abbiamo il venerdì santo. Perché se pure questo disegno è stato completato, il quadro dipinto, per sempre, in tutto il tumulto e la confusione della nostra vita è così facile dimenticare, farci delle domande, perderne la visione e la certezza.
Abbiamo bisogno di vedere non solo una volta, ma spesso, l’amore di Dio appeso in modo trionfante su quella croce. Con tutti i nostri dubbi e le nostre paure, abbiamo bisogno di essere ancora rassicurati che Dio ha amato il mondo proprio fino a quel punto. Abbiamo bisogno di un suggello tangibile che tutto questo non è la pia ma vana speranza di qualcuno, parole al vento, ma una bruciante realtà. Ecco perché sempre raccontiamo di nuovo questa storia. Ecco perché alla santa Cena prendiamo del pane e lo spezziamo, alziamo il calice e ne beviamo. Questo è il mio corpo spezzato per voi. Questo è il sangue del nuovo patto versato per voi.
Il Dio che ci ha ritrovato, in Gesù Cristo non ci lascerà mai. L’amore che al Calvario ci ha afferrato non ci lascerà mai andare. La vittoria della croce è vera oggi, domani, sempre.
E’ compiuta! Diamo noi stessi con fiducia a Cristo, la Sua opera non è rimasta incompiuta, quello che ha promesso, mantiene!
 
[Da H.G.Hageman. Paolo Castellina, mercoledì, 12. aprile 1995. Tutte le citazioni bibliche, salvo diversamente indicato, sono tratte dalla versione "Nuova Diodati", edizioni La Buona Novella, Brindisi, 1991]
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